Comodamente in poltrona affondo lo sguardo attento tra le pagine dense del mio Otello, tragedia capolavoro di Shakespeare; cerco il dilemma, l’onestà e il tradimento, la forza e l’inerzia, cerco amori e illusioni, cerco in fondo ciò che conosco da secoli, ma proprio in quel momento, una mosca che già sentivo ronzarmi attorno, si mette e svolazzare tra le righe, tra le parole, confutando i sentimenti di quest’opera dietro il suo ronzio, bisbigliando il grido di dolore del teatro classico nella voce frusciante di Gaetano Ventriglia, che sembra guardarsi quell’Otello inane e poter finalmente dire: Otello alzati e cammina.
Una atmosfera rarefatta, un non-luogo beckettiano si fa inospitale ospite dei tormenti di Otello, spogliato della sua classicità e che dunque riconquista l’umano, la fisicità al moderno, la cui tragedia non è di Desdemona ripudiata, moglie soggiogata dall’amore folle del suo uomo, il tragico si spende in un Otello abbandonato dall’amore – è lui il centro – più che mai coinvolto nel suo amore, proprio ora che lo perde assieme alla fiducia nella sua sposa.
Venezia e Cipro sono i luoghi: l’una il simbolo d’amore, di una completa dispersione, liquida, nel suo mondo soffice, l’altro invece il suo contrario, dove l’amore cozza contro i luoghi oscuri, la sua contraddizione, Cipro dove il mare fa schifo, Cipro senza consolazione di apparenza, Cipro che sconta sulla pelle di chi ne sarà vittima il suo tradimento.
Nel teatro di Gaetano Ventriglia c’è, non smetterò mai di dirlo, la poesia della verità, c’è quel che farebbe del teatro l’arte più schietta se non fosse – oggi – così artefatta: la liquidazione del classico nel moderno, ma senza dimenticarne valori ed errori: c’è il dolore di un testo vergato sulla propria pelle, di cui possiamo realmente dire si tratti di una “interpretazione”. Il suo lavoro è una indagine nell’anima di uomini divenuti personaggi leggendari, simbolo delle pieghe in ombra che alla stessa anima appartengono; ma non si esaurisce la sua forza nel contesto, penetrando fino all’inviolabile, al testo: svela Ventriglia ciò che ha fatto di Shakespeare poeta immortale: il gioco metaforico di parole al posto di altre, concetti oltre il primo luogo, pensieri trasmigrati da referente a nuovo significato, dalla sua sensibilità alla nostra.
Una mosca aggiunge ai versi shakespeariani il dolore tutto moderno dell’uomo che ne vive la verità, si porta una voce ronzante di una intensità inarginata, gioca con le maschere del teatro, con la sua forza posticcia, non si posa mai sulle pagine ma sorvola, entra ed esce dai personaggi, pone attenzione un istante e poi vola altrove, dall’onestà al tradimento, dal silenzio alla voce, dal buio alla luce, dall’inizio alla fine di una storia in cui sovrano è l’artificio della natura, inviolabile macchina di verità, che mai s’arresta.
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Se la Costituzione Italiana fosse un viaggio, si potrebbe attraversarla come si fa con i continenti, setacciandone storie di uomini, di donne, fierezze e dolori inarrestabili; si potrebbe cantarne una musica di fondo come lieto e sinuoso cammino al suo fianco; si potrebbe calpestarne la strada come fosse battigia, premendo con i piedi nudi e voltandosi a controllare i passi fatti; si potrebbe realizzarne una drammaturgia, come ha ben fatto Ninni Bruschetta, e chiamare il testo emerso con il nome più immediato. Semplicemente, La Costituzione.
Il lavoro è finito poi nelle mani, ultime, di giovani attori che ne hanno percorso i passi tracciati con sapienza, portandolo fino a noi, pubblico di teatro. La struttura è richiamare alla memoria un poco di storia contemporanea, precedente la Repubblica, poi indagare il presente “carta alla mano”, con il bagaglio di un libro mastro della buona coscienza civile. La resa scenica è discreta: i quadri narranti a stimolazione emotiva sono di buona fattura, anche se la cornice – l’argomento – è più in risalto della tela – la resa scenica appunto – ed inoltre funziona relativamente il meccanismo di coinvolgimento scenico, la cui capacità a volte non supera la soglia dell’enunciazione di valori ed articoli. Tuttavia la promozione per un progetto simile è scontata: dico questo perché il tema non è in discussione ed è inoltre difficile un lavoro di critica schietta al confronto di questo testo che inevitabilmente tende ad avallare la cronaca entusiastica, fiera dell’epoca natale: tutto ciò rischia – ma è un rischio fuori portata di chiunque – di dimenticare altro sangue oltre al proprio, la differenza cioè tra le ceneri ed il fango da cui prese avvio la Repubblica d’Italia.
Il parco attori è di diverso livello, con alcune buone individualità tra cui Fiona Sansone, fresca ed energica, penetrante Ottavia Leoni, coinvolta Alessandra Rinaudo ed infine Teresa Calabrò efficace nella sua passionalità. Per ciò che riguarda l’impatto, forse la vastità dell’argomento avrebbe suggerito di spingere sulla vena del pathos: prediligere note dionisiache, emotive, sull’apollineo preponderante nel tema. Ma nulla toglie alla loro fiera convinzione di un bene che non confonderanno con altri, una certezza di voler lottare che li porterà lontano.
Il miglior risultato è raggiunto dall’impianto ideologico: il percorso della Costituzione è stato irto di ostacoli, di cancrene feudali, monarchiche, retaggi così radicati da non permettere, a volte persino a noi stessi la libertà di pensiero; merito di questo lavoro è aver capito che la Costituzione non è un testo da venerare in esclusiva, bensì da rileggere, interrogare non come fosse carta morta finita in terra, muta, ma viva, promuoverla alla modernità, anche contraddirla se necessario, ma per farlo occorrerebbe una coscienza che non appartiene a questo tempo storico.
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Una crepa percorre il vetro. Sinuosa e ficcante se ne frega della durezza di quel materiale, tira dritta trasgressiva e taglia la perfezione di una trasparenza. Allora ci si accorge dell’imperfezione di ciò che crediamo innegabile, il fraintendimento che si cela dietro ogni comprensione, la sovversione delle norme che regolano il contatto fra gli uomini. Tutto questo si nasconde tra le pieghe di Oleanna, testo di David Mamet, tradotto dalla penna sempre fedele di Masolino D’Amico, portato in scena e interpretato oggi da Giulio Stasi.
Tema dominante è l’istruzione, il dibattito mai sopito circa la sua inappellabilità, il suo induttile meccanismo che fa degli assunti una legge, del dettato un’imposizione; ce ne dice il gioco malsano, la liturgia, la gogna ritualizzata che non insegna ma affonda nelle debolezze soverchiandone quello scarso rifugio di certezza. Il testo di Mamet, bellissimo, pone la discussione sull’istruzione universitaria, ne scova le storture, la banalità dogmatica di un meccanismo arreso a sé stesso.
Su questo sfondo un professore filantropo e la sua studentessa da salvare da un baratro certo di mediocrità: il dialogo è serrato, i due protagonisti si trovano a scendere ed appianare le loro differenze, fino a scorgersi, infine, molto simili. Elemento dominante è lo straniamento tra suono e azione: la dislocazione tra le parole, perfettamente incasellate nella comprensione, e i gesti invece tenuti fuori di tono.
Giulio Stasi, già altrove apprezzato, si trova ad interpretare un personaggio che non si addice molto alle sue caratteristiche, nonostante ciò fa il suo compito con diligenza, cavando ciò che può da un ruolo poco consono; la sua regia invece non pare essere troppo curata: si lascia andare ad incertezze sui cambi di scena ed il finale è un po’ scarico. Nulla tuttavia che non si possa addomesticare. La vera sorpresa è Valentina Picello, davvero brava ad interpretare il fallimento dell’inadeguatezza e poi mutare in una folle rivincita; ha inoltre una voce adatta, intensa, una scuola antica: mi piacerebbe vederla in una commedia per testare la sua brillantezza.
In conclusione a questo testo rimango incollato, mi faccio portare dalla sua evoluzione che è una sorta di discesa agli inferi; ci dice che c’è calore nell’insegnamento, che non si insegnano nozioni ma passioni, non si trasmette il concetto ma l’emozione che la sua comprensione sa suscitare. Quando muta il paesaggio, quando le parti si invertono e il fraintendimento diventa macabro il testo graffia davvero: così il caldo di una casta intimità si fa gelo, si fa crepa nel vetro trasparente così che, ciò che lampante traspariva, non sa più dire, ora, il suo reale significato.
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La storia delle donne è costellata di crudeltà, di violenza e ingiustizia. Da qualche anno le notizie del TG corrispondono storie scellerate di inciviltà contro le donne, vittime di una legge islamica infame che le costringe a sottostare ad angherie fuori dall’umano. Poi prestiamo maggiore attenzione, ascoltiamo meglio lo speaker che parla ma dietro di lui, dietro quella voce, lontano, risuona l’eco sepolta di una realtà ignobile, sotterrata dalla polvere che si posa, a ricoprire le radici di un’Italia contadina. Saverio La Ruina, autore ed interprete di questo Dissonorata. Un delitto d’onore in Calabria, riesuma i resti di un sud amaro fatto di pietre e di spine.
Una ragazza in età da marito cerca il compagno che ne faccia sua moglie; è trepidante nell’attesa di una nuova vita, di una fioritura traboccante che sappia renderla donna, ma lei non sa cosa si cela dietro l’interesse degli uomini, non sa come reagire al loro greve e opprimente atteggiamento, non ha avuto ancora il tempo, di diventare donna. Così si lascia trasportare: un ragazzo la vuole, dice di volerla sposare, a lei il cuore batte forte e sogna un futuro assieme a lui, poi il ragazzo diventa cattivo, i muscoli del viso si contraggono e i denti si stringono in un ghigno rabbioso poi più nulla, di lei, dei suoi sogni, delle sue concrete speranze di futuro. Incinta non sa cosa fare, tenta di nascondersi da una famiglia che la evita, così sporca e “non più intatta” da non essere più buona a niente, nemmeno a restare al mondo.
Dietro il racconto della ragazza c’è un interprete eccezionale: Saverio La Ruina presta il suo corpo all’abito scuro e la sua voce al lamento di una donna dimenticata, ignorata sotto terra dalla nuova e civile Italia. Racconta le tradizioni mescolate di una terra di confine calabro-lucana, in un dialetto difficile ma il cui messaggio giunge nitido, le sue mani si agitano e puntualizzano rapide, ricordi sognati; la sua voce scalda il cuore e rinfresca l’aria che le sue dolci e sospirate parole sanno esalare nell’atmosfera. Ad accompagnarlo un sassofono che grida un dolore insanabile, a volte battute di xilofono che vibrano sulla pelle del pubblico ormai in balia del suo sottile, lieve parlare.
Tutta la magia del teatro popolare passa attraverso questo delicato ed emozionante racconto che non ha bisogno di grandi sale, di arene debordanti, ma poco pubblico per volta, raccolto, che sappia ascoltare il lamento segreto e intenso di una donna, abbandonata dal progresso troppo rapido di una civiltà schiacciante, che finisce contando le pietre per terra a ringraziare la vita comunque, sulle note che Violeta Parra intonò per tutte le donne come lei: Gracias a la vida.
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Passeggiando per una festa di paese incontro i carri del patrono, cammino e un passo dietro l’altro mi accorgo dell’accoglienza che soltanto un borgo sa dare, alla pacatezza di un’anima. Mi lascio prendere e cullare ma c’è qualcosa, un irrisolto languore che mi afferra se guardo gli uomini: sono loro, culla e devianza dello stessa terra. Questo sentimento viaggia dentro la meraviglia di Liberata, testo scritto e diretto da Nicola Bonazzi, interpretato magistralmente della compagnia del Teatro dell’Argine.
Intanto una precisazione doverosa: questo è teatro, qui dentro c’è sperimentazione e tradizione, letteratura e gente comune, storie e persone, pertanto non è di un giudizio che andiamo a parlare perché è scontato dire che si tratta di un lavoro di alta fattura, furioso, gaudente è questa lingua che punge.
La storia è quella di un uomo di grande potere, dotato di una proprietà catalizzatrice che “possiede”, realmente, tutte le sue donne: tre: le due figlie, avute da precedente matrimonio, e la sua nuova moglie, Liberata col nome di santa; le tratta come tigri il domatore, con la cinghia nella mano, le sue parole affabulatorie sono l’adulazione vischiosa tra il bastone e la carota, insomma tiene le redini della casa, proprio come fosse il circo. Da questo episodio tutto il resto: il dramma di una donna che ha creduto, sognato, ha pregato con la sua anima nuda, un amore disgraziato; la sua storia avanza a fumetti, i disegni delle bambine che ne narrano il declino, un declino palese, già dato, di cui soltanto resta da capire il margine.
Dentro poi c’è una storia che credevamo estinta e che prepotente torna al contemporaneo: un “padre padrone” che avevamo perso nelle storie contadine di decine di anni fa, torna prepotente nelle cronache: davvero la civiltà è così all’avanguardia? Bonazzi dirige questa pièce mentre si scopre un padre che in Austria ha tenuto la figlia prigioniera per 25 anni, lasciandole otto figli: questa è quella civiltà? Diceva Levi-Strauss: ”La fine dell’incesto ha segnato il passaggio dalla natura alla cultura”. Nutro, dopo aver sentito un morso nella carne e visto questo spettacolo, un’indomabile riserva.
Ci sono attori strepitosi, Micaela Casalboni è una santa lusingata dalle tenebre, ha il viso di chi vedrà la sua Passione, prima o poi, Andrea Gadda è Italo, l’uomo che è la discesa di una deriva, Giulia Franzaresi e Frida Zerbinati le due figlie marchiate di colpe di cui non sanno, o che intuiscono appena. Poi c’è il dialetto, dominante di dolcezza: già ad un tempo visionario, arricchisce di immagini che affiorano da luoghi amati, quei luoghi dell’anima dove dondola come nuvola Federico Fellini, la sua Città delle donne, luoghi dove La strada è sempre la stessa, sterrata, ma sempre sorprendente. Poi ancora la musica di questa terra emiliana che gli prende le parole dalla bocca e che fa ondeggiare come una barchetta di cartone nell’acqua di una vasca: fra il gioco e la disgrazia comprendo come qui sia, nel confine tra il sogno e l’incubo, lieve e soffuso confine tra un catino ed il mare infinito, la grandezza del vero teatro.
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Con la scarsa lucetta di un mozzicone di candela ce ne andiamo su per la piccola scala a chiocciola, diretti a visitare la soffitta; subito un odore acre e stantio ci prende alle narici, alla testa, e quel poco di luce non sa che rischiarare, trasformando il buio in poco più di una penombra. Per certi luoghi che non frequentiamo da molto, serrati per lungo tempo, dove la polvere e la dimenticanza giacciono in una posa che pare eterna, per certi luoghi ci vorrebbe una grande, fastosa, preziosa luce viva. Questo il sentimento che ci accompagna mentre assistiamo a Il vicario, testo scritto nel 1963 da Rolf Hochhuth ed oggi proposto da Rosario Tedesco.
Questo è il sentimento perché il testo ha una vita assai travagliata: affronta un tema assai scottante e sul quale non è stata fatta la giusta luce, per l’appunto: si tratta della posizione tenuta dalla Santa Sede, nella persona del pontefice Pio XII, durante il secondo conflitto mondiale e, ancor più grave, mentre il Nazismo deportava e sterminava sei milioni di ebrei. La vicenda si arricchisce di un evento datato 1965: Gian Maria Volontè e Carlo Cecchi ne curarono una edizione italiana ma, dopo una prima rappresentazione clandestina, furono costretti a cedere di fronte a una forte minaccia censoria. Oggi Rosario Tedesco non lo porta in scena, bensì ne cura una lettura per più voci, ma sotto l’aspetto drammaturgico non lascia nulla di inespresso, riuscendo nel difficile tentativo di rendere in movimento ciò che all’apparenza – e una lettura rischia di esserlo – è statico.
Manca pertanto un allestimento scenico che le voci degli attori sanno però sostituire: su tutti – peraltro bravissimi Matteo Caccia, Enrico Roccaforte, Cinzia Spanò, Nicola Stravalaci e lo stesso Tedesco – prevale quello cui spetta il ruolo più intenso, Marco Foschi interprete del giovane sacerdote che osa il contrasto, davvero profondo e mai gigionesco, che rende giustizia ad un personaggio inquieto e premuroso di frenare la deriva dell’abiezione umana.
Il testo è penetrante: non chiede prove di colpevolezza, quella – morale – è già indiscutibile; chiede come fu possibile non tanto non sapere, ma ridurre tutto a mero gioco politico e lo fa attraverso la rappresentazione, ovvero sia l’unico modo per davvero capire – noi oggi – e interrogarci sul confine fra coscienza e coinvolgimento, quella “zona grigia” cui un uomo – in uniforme tedesca o vaticana – è costretto a fare i conti, pensare infine alla perdita della dignità umana, la vera macchia del colpevole beato di sé. Fa tutto questo attraverso la discesa nell’anima di un sacerdote i cui dubbi scontano la dicotomia tra fede e ragione e non può assolversi da questo peccato, non può pentirsi di questa sua dignità.
In ultimo il protagonista: il silenzio: quello della ritualità ecclesiastica mai davvero scalfita dai mali del mondo, la nenia assopita di un’omelia svuotata di senso che fu il vicariato inerte di Pio XII, cui nulla valse l’onore tardivo di un impegno antifascista più facciata che verità. C’è poi ancora altro silenzio, il nostro di una società disattenta: trenta anni fa questo testo fu bloccato a teatro, tra mille polemiche. Oggi, che davvero avremmo bisogno di parlarne e sentirne parlare, nemmeno il rispetto di una contestazione.
Curiosità:
Pubblicato e rappresentato in trentotto nazioni. Solo in Germania – dov’è messo in scena annualmente al Berliner Ensemble – IL VICARIO ha venduto più di un milione di copie. In Italia, IL VICARIO di Rolf Hochhuth è un testo pressoché sconosciuto.Nel 2002 il regista Costa Gavras realizza Amen, un film ispirato alla pièce. Oliviero Toscani ne realizza la locandina, che verrà censurata.
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Come tenere un vino in cantina, un vino che amiamo e conosciamo in tutte le sue componenti. Dalla cantina alla tavola il passo è assai breve; un tonfo del tappo ne consegna l’amato colorare il bicchiere; ma è allora, al naso e all’assaggio, che ci si accorge che il suo bouquet di profumi, il suo ventaglio olfattivo è mutato ed è, se possibile, ancora più compiuto. Questa è la sensazione a ri-ascoltare le storie di Ascanio Celestini che compongono Parole Sante, concerto teatrale che propone la musica del suo primo, omonimo, disco, assieme alle sue storie già veri e propri cavalli di battaglia.
Il primo problema del critico è: cosa altro dire di Celestini? Della sua parola ammaliante che si ammanta della drammatica cronaca contemporanea, andando a trasformarla – anche se forse, causa un pubblico-popolo che va preso per mano, è più corretto: tradurla – nell’illusoriamente quieto mondo della favola; del suo linguaggio che si appoggia su una musica assente, viva nella sua testa e in quella di chi sa ascoltarlo; di questo non saprei dire di più. Tuttavia nel bilancio del suo percorso artistico sono assai importanti delle novità: la musica prima di tutto (già vinto, all’esordio, il premio Ciampi): questo connubio fra musica suonata e musica parlata è la scelta vincente del nuovo corso di questi ultimi lavori, Matteo D’Agostino alla chitarra, Roberto Boarini al violoncello, Gianluca-non è parente-Casadei alla fisarmonica, assemblati come fosse uno chef da Andrea Pesce, costituiscono gli ingredienti preziosi per accompagnare, nobilitare la pietanza principale; poi l’intelligenza di cambiare registro e incominciare a “dire”, travestendolo da “raccontare”: oggi è forte e sa farlo con mano ferma, traduce con sapienza antica agli uomini di oggi, ciò che di oggi, di questo mondo che vivono, non sono in grado di capire, in grado di ricordare: proprio questo infatti è il nuovo colore dei suoi racconti: spiega il PIL, il deficit, l’inflazione e il capitalismo con la semplicità che sa di una verità cruda, amara e per questo disarmante, con quel sagace cinismo che mi ricorda il Flaiano de La guerra spiegata ai poveri o il Zavattini dei racconti di “Totò il buono” o “I poveri sono matti”.
Di seguito alcune riflessioni: in due ore di racconti e canzoni non si risparmia mai, anche per dire a chi lo nega che la lotta di classe è ancora attuale e non è terminata in una beata riunione di partito. Poi una frase: ”Ricordate i morti ma ricordateli vivi”, una frase ripetuta a finire mai, in queste parole il senso segreto del suo lavoro, il lavoro di un monaco scrivano che non si lascia sfuggire nulla, che incide in minuta ogni carattere, non perde alcun commento a margine, alcuna nota scritta in piccolo della storia degli uomini. Ultimo: questa voce porta il vessillo dell’impegno, perché di questo c’è necessità, oggi più di ieri, oggi che il potere è vestito a festa, oggi che “lotta di classe” sta a significare “d’elite”, “alta classe” appunto, oggi che la distinzione non è netta e ci si sbaglia, per distrazione, e si danno medaglie ai mediocri e si danno calci, agli eroi dimenticati.
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Ho aperto un album di vecchie fotografie, alcune ingiallite, altre smozzicate di tanto tempo fa, altre più nuove dai colori vivaci, attraversano l’arco di un cinquantennio. Sul retro una mano sapiente aveva fedelmente riportato la data cui bisognava risalire, per dare nuova vita a quell’immagine. D’un tratto una foto che avrei detto assai recente ha destato la mia attenzione: un’immagine di guerra, un campo di battaglia nel pieno del suo rivolgimento, una foto a colori di missioni recenti ho pensato, ma girando ho letto 1946. Nulla dunque è cambiato. Questo il sentimento dietro La guerra spiegata ai poveri, testo scritto da Ennio Flaiano proprio a seguire la fine del secondo conflitto mondiale e oggi portato in scena da Francesco Frangipane.
La scena si pare su una conferenza stampa che i potenti del paese indicono per spiegare la guerra, la sua necessità, il suo essere indispensabile: presidente, ministri e un cardinale non girano attorno alle parole ma, come fosse un gioco, sono lì a spiegare della guerra le vere ragioni. Ennio Flaiano, contemporaneo all’altra grande e simile intelligenza, quella di Cesare Zavattini, costruisce un testo con l’ironia e la forza visionaria del disincanto, dove però entrano drammaticamente in gioco la banalità e la pragmaticità del male: la guerra non è inevitabile, inevitabile è la sua conseguenza: la guerra non scoppia, come erroneamente si crede, bensì è frutto di un laborioso e puntuale cammino: è un orologio biologico che netta gli intestini del mondo da ciò che nel mondo è in più, che siano escrementi o esseri umani, poco importa.
Frangipane e gli altri attori, tra i quali menzione va alla ministra Vanessa Scalera ed al cardinale Davide D’Antonio, spingono l’interpretazione verso il bozzetto, non così rimarcabile in qualità forse, tuttavia ciò che conta è l’intelligenza di riportare in luce un testo dimenticato dalle biblioteche e dai cataloghi editoriali, ma che resta importantissimo; bravi sono inoltre a condire del giusto cinismo che è la chiave interpretativa della loro capacità recitativa. Interessante, da contraltare, l’aggiunta di un canta-Storia, assente nel testo, interpretato – voce e chitarra – da Toni Fornari.
La regia è, come quasi naturale, poco visibile: sono le parole – e ce ne sono tante – a farla da padrone, in una pièce divisa in due parti distinte: la prima in cui la guerra si pianifica, una seconda a pochi giorni da un armistizio vissuto come a luglio si attende un meritato agosto di vacanza. Frase capolavoro, voglio rubarla: “il nemico combatte per la sua libertà? Ma anche noi combattiamo per la libertà del nemico, quella di cui noi godiamo da secoli…”. Dunque una pièce godibile e di notevole impegno, che ci lascia una fatale riflessione: la guerra successiva si costruisce sulle rovine di quella precedente, è questa l’eredità che l’umanità si lascia, generazione dopo generazione.
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Una spaccatura. Immaginate il mondo diviso a metà: da un lato l’osannato universo di chi primeggia, con gli artigli ben piantati nel costato degli altri, sempre una spanna al di sopra di tutti, fosse anche soltanto un ciuffo di capelli in più o un tacco rialzato delle scarpe; dall’altro lato, invece, se ne sta in silenzio il desolato e dimenticato universo dei perdenti, calpestati e vessati dal ritmo di quella che chiamano “evoluzione”: noi a chi apparteniamo? Questa domanda sottace allo spettacolo Meglio lasciar perdere, scritto e interpretato dal comico toscano Andrea Muzzi.
Ciò che colpisce è che questo tema abbastanza amaro passi attraverso i meccanismi della comicità più granulosa, quella della risata, del costume; ciò sorprende ma non stona tuttavia nei colori della pièce, si lascia scivolare facilmente, questo tentativo, nella trama di un umorismo sincero, forse non troppo ficcante, ma nel complesso capace di farci sorridere di cose umane, cose che conosciamo perché, come uomini, ne siamo (purtroppo) protagonisti.
Andrea Muzzi sta sul palco con leggerezza, non è compiaciuto di sé, in grado di non prendersi sul serio; qualcosa nella sua interpretazione, poi, ricorda comici che della loro verace toscanità hanno fatto un modello, e tra questi esempi forse quello che ci sembra più calzante è Paolo Hendel, con la sua meravigliata incoerenza, il suo giocare con l’effetto degli occhi già sorridenti. Altro elemento interessante è il coinvolgimento degli spettatori nell’evolvere del testo – e si vede che senza un buon riscontro di pubblico lo spettacolo ne risentirebbe – pertanto riesce a trascinare e a prendere da ciò il vigore giusto perché lo spettacolo possa dirsi riuscito.
In conclusione si può dire che Andrea Muzzi fa il suo mestiere con allegria, è simpatico e riesce a far ridere anche là dove qualche luogo comune, qualche cesura traballante avrebbe potuto minare il suo lavoro. I perdenti, dagli squali sempre surclassati, diventano a ragione i veri eroi di un mondo che, per mancanza di oculatezza, non si sofferma a celebrare le gesta: il portiere della Juventus Alessandrelli, secondo a vita dell’eterno Dino Zoff, il nuotatore della Nuova Guinea in vasca alle Olimpiadi di Sidney 2000 senza quasi saper nuotare: questi sono i veri eroi, i veri miti perché, ci dice Muzzi: “per perdere ci vuole talento!”.
Pubblicato su teatroteatro
Una spaccatura. Immaginate il mondo diviso a metà: da un lato l’osannato universo di chi primeggia, con gli artigli ben piantati nel costato degli altri, sempre una spanna al di sopra di tutti, fosse anche soltanto un ciuffo di capelli in più o un tacco rialzato delle scarpe; dall’altro lato, invece, se ne sta in silenzio il desolato e dimenticato universo dei perdenti, calpestati e vessati dal ritmo di quella che chiamano “evoluzione”: noi a chi apparteniamo? Questa domanda sottace allo spettacolo Meglio lasciar perdere, scritto e interpretato dal comico toscano Andrea Muzzi.
Ciò che colpisce è che questo tema abbastanza amaro passi attraverso i meccanismi della comicità più granulosa, quella della risata, del costume; ciò sorprende ma non stona tuttavia nei colori della pièce, si lascia scivolare facilmente, questo tentativo, nella trama di un umorismo sincero, forse non troppo ficcante, ma nel complesso capace di farci sorridere di cose umane, cose che conosciamo perché, come uomini, ne siamo (purtroppo) protagonisti.
Andrea Muzzi sta sul palco con leggerezza, non è compiaciuto di sé, in grado di non prendersi sul serio; qualcosa nella sua interpretazione, poi, ricorda comici che della loro verace toscanità hanno fatto un modello, e tra questi esempi forse quello che ci sembra più calzante è Paolo Hendel, con la sua meravigliata incoerenza, il suo giocare con l’effetto degli occhi già sorridenti. Altro elemento interessante è il coinvolgimento degli spettatori nell’evolvere del testo – e si vede che senza un buon riscontro di pubblico lo spettacolo ne risentirebbe – pertanto riesce a trascinare e a prendere da ciò il vigore giusto perché lo spettacolo possa dirsi riuscito.
In conclusione si può dire che Andrea Muzzi fa il suo mestiere con allegria, è simpatico e riesce a far ridere anche là dove qualche luogo comune, qualche cesura traballante avrebbe potuto minare il suo lavoro. I perdenti, dagli squali sempre surclassati, diventano a ragione i veri eroi di un mondo che, per mancanza di oculatezza, non si sofferma a celebrare le gesta: il portiere della Juventus Alessandrelli, secondo a vita dell’eterno Dino Zoff, il nuotatore della Nuova Guinea in vasca alle Olimpiadi di Sidney 2000 senza quasi saper nuotare: questi sono i veri eroi, i veri miti perché, ci dice Muzzi: “per perdere ci vuole talento!”.
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