Una radiosveglia accesa, sotto la sedia di una donna, la piccola luce rossa e l’orario ineluttabile che blocca il tempo, lo sospende nell’atto della percezione, ogni volta che si guarda l’orario in digitale – che si sposta per valori discreti è la definizione – gli occhi sono convinti di vedere l’ora esatta, ma ogni momento è diversa anche se il quadrante non lo segna: l’immutabile si prende il tempo che invece scorre, lo lascia così alla percezione, senza fare sconti, e noi restiamo appesi a quella piccola luce, come un oracolo, come un segreto. Questo sentimento accompagna l’intensa versione che Teatri di Vita, per la regia di Andrea Adriatico, fa di un bellissimo testo di Beckett, che si chiama Dondolo.
Presentati a Short Theatre i lavori vincitori e le menzioni speciali del premio Scenario 2009, ma lo scenario, qui, è stato davvero desolante. Tra i lavori proposti paradossalmente il vincitore assoluto è uscito tra i fischi e gli ululati della platea che non ha apprezzato.
È stata necessaria una lettura scenica improvvisata fuori dalla sala, sulla ghiaia che circonda i magazzini dell’India, per sapere delle contorte motivazioni che hanno convinto i giurati del Premio Scenario 2009, forse il più rappresentativo trampolino di lancio nazionale per giovani artisti di teatro, a selezionare questi cinque spettacoli che Short Theatre ci ha proposto in anteprima. Ci voleva perché a vedere gli spettacoli, salvo un paio di eccezioni diversamente convincenti, molti sono stati gli interrogativi che accompagnavano me e tanti altri, uscendo nel buio lungofiume trasteverino.
Come un abile donna delle pulizie sa vedere e scovare annidamenti di polvere, impossibili all’occhio meno accorto, simile è la qualità di un scrittore, che compie una sorta di diagnosi pre-chirurgica, che svela con inesorabile esattezza dove e come intervenire. Questo il sentimento che mi coglie leggendo con estremo gusto questo piccolo libro cui Graziano Graziani, che è scrittore, ha voluto dare nome “Esperia”, cercando negli angoli della vita, non solo materia narrabile, ma forse il senso di quello che c’è attorno.
Graziani mostra, in questo percorso nei meandri del pianeta terrestre di Esperia, uno straordinario e riuscito desiderio di riformulare, creare nuovamente sul già creato, e non come mero esercizio di stile si badi, ma come voler dare nome all’innominabile, sviluppare un singolare appetito per ciò che, di contro, ci ha ormai annoiato il palato. Suo merito è dar vita a un universo che mi riporta a una velocità più sobria, umana, che si riprende il tempo dalla fretta dissipato in una sorta di vorticosa dipendenza. Di un certo rilievo anche un modo di trattare emarginazione e diversità, soprattutto nella seconda parte in cui più si lascia andare alla narrazione, riscattando di queste parole la qualità nobile, che le rende sinonimi di esclusività, di una bellezza di pochi ad altrettanti mostrabile.
C’è in questo libro un acume affilatissimo nel disvelamento, minore invece l’impatto della resa stilistica e contenutistica, come fosse una sua vergogna al narrare, una inibizione coatta (tranne appunto nella seconda parte), perché credo invece ne abbia le forze e le qualità; non mi piace trovarmi di fronte di continuo a parole che mi aspetto pronunciate in quel contesto, come fossero locuzioni surgelate, a servire per il momento opportuno, quando niente di fresco è stato trovato: è questo quel limite stilistico, non solo formale ma ontologico, là dove la forma palesa un contenuto, ma tuttavia siamo ancora nel pre-letterario troppo-letterario, quasi fisiologico per un esordio, che Graziani mi auguro tradisca a futuri risultati. Assai evidente, ai limiti dell’ossessivo, la spersonalizzazione dei luoghi, la perdita di segnali noti sottomessi alla violenza di nuovi e ignoti simboli; tutto è orchestrato con estrema efficacia e fascino, mi piacerebbe però gli spunti avessero vita più lunga, vorrei affezionarmi a personaggi di cui sento una certa estendibilità.
Esperia è stato detto appartenere alla sfera del fantastico, contrariamente e in accordo con il suo autore che ne difende invece altra matrice, mi pare trattarsi di un esempio di iper-realismo, per il semplice fatto che c’è un obiettivo ben definito, e che è reale al di sopra del reale – di qui la definizione. Ne è un esempio l’importanza cardinale della dimensione magica, onirica, che non tradisce il reale ma appunto lo completa: non è un gioco di gusto che scompone e ricompone solo per farlo, ma c’è il fine di svelare della realtà quella parte nascosta che sfugge costantemente all’occhio umano, così da accrescerne il peso, fino a raggiungere la completezza di senso.
Simone Nebbia
Soltanto nella luce è la percezione dell’ombra. Se in quest’abbaglio d’illuminazione sappiamo guardare bene, superare la frizione delle ciglia, l’acredine forzata che colpisce gli occhi, è l’ombra che ci svela la potenza della luce, come vuole la coesistenza di opposti. Nella luce di questo spettacolo si svela un gioco di ombre cinesi: una mano grande ne sovrasta una più piccola, quando il giovane narratore si accorge delle ombre corre per afferrare quella mano grande, ma inevitabilmente, fallisce. In questa immagine è condensato uno spettacolo bellissimo tratto dalla Lettera al padre, scritta da Franz Kafka al padre Herrmann e da questi, appunto, mai ricevuta, giunta però fino a noi per mano, voce, passione di Gabriele Linari.
Tutto comincia da un corpo nudo, come quello di una larva, tale un giovane che vive lontano dal cono di luce, perché nel buio inizia lo spettacolo, una nudità casta e minuta, come dire insieme “guardami” e “non guardarmi”, io guardo il corpo di Linari guizzare da una parte all’altra del palco come fosse “lo scarafaggio” kafkiano e capisco che solo da un corpo nudo può iniziare una metamorfosi, condizione nota allo scrittore praghese, e che già in questa lettera appare fondamentale, perché mutare è cambiare, questo chiede il giovane a suo padre, il mutamento/crescita, l’evoluzione attraverso la propria giovinezza e la possibilità di giungere all’età adulta che egli già vive, sembra chiedere il giovane al padre: come si fa a diventare grandi? E come posso io se già ci sei tu?![]()
La scena è povera, essenziale, qualcosa sembra fuori posto, mal sistemato, oppure sembra oggetto obsoleto, invece poi con il passare del tempo ogni cosa mi accorgo essere al posto giusto, funzionale all’azione che assieme all’attore deve svolgere, perché questa è la questione: l’oggetto ha senso quando accresce o toglie all’azione, quando cioè ha valore semantico di per sé, quando interviene sulla pièce. La musica di Jontom è un sottile contrappunto, stupisce il gioco complementare che lega un linguaggio così letterario e lontano nel tempo a questa musica invece moderna, evocativa, densa di atmosfera. Il ritmo, infine, discretamente battente, come anche efficace la sequenza emozionale. Soltanto un appunto: il finale non rende giustizia alla grande intensità raggiunta.
C’è nel testo una sottile morbosità, una complicità più alta tra l’attore/regista e lo scrittore evocato, segno di una passione che ha debordato i confini di un tema e di un personaggio, divenendo lui stesso quel giovane dal cui disturbo vuole emergere. Una immagine, particolarmente colpisce: l’inizio del racconto si lega al lavaggio del corpo, l’acqua che scende come finalmente quelle parole prima taciute come fossero, entrambe, purificazione. Verso la fine, poco prima, l’attore scende in platea, l’intensità cresce ancora, è qui che tutto rischiara, quando il buio torna ad avvolgere questo racconto, l’ombra torna ad invidiare la luce.
Curiosità: Questo spettacolo ha cinque anni, ha girato molti del circuiti Off della città e, mi chiedo, possibile che nessuno si sia preso il rischio di promuovere la qualità del suo attore/regista? Cosa deve fare un giovane regista per farlo vedere? Promuoverlo in una rassegna per giovani talenti quando non è più giovane nemmeno lo spettacolo? Si rifletta, su questo. E mi si dica fino a che età, un artista, è costretto ad essere giovane ed emergente.
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Recensione al Valle maggio 2009
C’è uno strano sentimento attorno alla lettura di un libro come Lo straniero, capolavoro di Albert Camus, come un avvolgente senso di nulla che si prende le parole trasformandole in silenzio, un tono sotto i dialoghi, una sottile venatura come un suono flebile ma continuo, un rumore lungo l’arco dei pensieri da lettore, rumore minuto, lieve, ma tanto basta ad avvertire, del silenzio, l’assordante frastuono. Questa sensazione fa il paio con un’altra: sudore, dietro la testa, quasi da svenire, e un fiotto d’aria fredda, magari artificiale, gettata sul collo con violenza. Entrambe queste sensazioni sono alla base del progetto di riduzione tentato da Gogmagog, in questo Fino all’omicidio.
Bianco il corpo disteso nel bianco di questa percezione, bianco il viso coperto, bianchi i pensieri che vi scorrono dietro: uno schermo protegge il viso e i sentimenti. Questo buon inizio, prima scena, non è tuttavia supportato da una evoluzione concreta: il resto dello spettacolo langue nella povertà di elementi incongrui al testo, nella mancanza di una idea drammaturgica davvero valida e tangibile; Camus indagava l’affettazione dei rapporti, il carattere posticcio di certe emozioni, la falsità vestita di buon senso, tutto questo manca allo spettacolo perché non hanno il coraggio di osare, giocare con gli elementi che il testo offriva, ma si sono fermati alla più disadorna rappresentazione.
Un momento su tutti per dare carattere a quel che dico: alla morte della madre, non è il personaggio di Meursault che avrebbe corso dietro la bara insieme agli altri, se mai sua giustezza sarebbe stato rimanere fermo alla inutile corsa altrui, invece questo Meursault corre e tradisce così il personaggio e il testo da cui la ricerca è partita. Il merito in qualche modo è di averlo fatto, di essere entrati in un testo difficile e sperimentare magari anche un fallimento, ma con la prova di aver tentato, però non credo sia questo cui una compagnia di professionisti validi deve puntare, bensì all’onestà che invece la rappresentazione inevitabilmente supera e sconvolge.
Uno dei maggiori problemi credo sia nel ritmo, le scene sono troppo spoglie per davvero dare questo senso di movimento, provano una successione rapidissima ma non riesce il tentativo. Quel che manca è – per non dire della reale necessità testuale di cui non è giusto discutere – quel tocco di genialità che avrebbe forse saputo suscitare l’emozione fredda e insieme torrida di un simile testo, l’inerzia del corpo di fronte al movimento della realtà, quella compressione pre-esplosiva dell’in-patetico, glaciale e torrido Meursault.
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Scende piano piano, il buio in una stanza semivuota, scende perché si possa avvertire un ritmo, un’energia cominciata chissà dove, un tocco lieve e insieme vigoroso che permette ad una melodia di estendersi lungo l’arco sonoro della percezione, una sofferenza soffocata, un dolore soccombente a un talento inesploso, l’ombra, che guarda attorno a sé la luce irradiare fin dove lei ha fine, fin dove decide di spingersi, oltre, sarà buio. Ma solo nel buio, nel silenzio corposo di una finitudine solo scomposta da quel ritmo, che va alzando di tono, solo nel buio, una storia così, può permettersi di cominciare. Questo sentimento, di ombra opposta a luce, soggiace a questo Fragile Show, lavoro della compagnia Biancofango che omaggia lo strepitoso Il soccombente, di Thomas Bernhard.
La storia è quella dell’ombra, il fragile talento di un pianista, che narra la sua dipendenza dalla luce, il suo rifuggire ad essere come quella luce, quando la luce è l’amico e l’amico è un genio come Glenn Gould, il più grande pianista del secolo appena trascorso; sotto il ritmo, che i piedi battono sul palco come il pedale di un pianoforte, l’energia soffocata del pianista il cui talento non è come quello del genio, che rimarrà sempre un passo indietro. Vestito di bianco, come fosse un bianco pianoforte a coda, il pianista sembra sul punto di esplodere, e lo fa davvero con tutte le vibrazioni di una partitura cui c’è sempre da aggiungere qualche tocco, qualche semitono non previsto.![]()
Da qualche parte nel testo, scritto a quattro mani da Andrea Trapani, anche attore solo in scena, e Francesca Macrì, che ne cura la regia attenta e paziente, mi sembra di scorgere un richiamo forte al racconto teatrale di Novecento, di Alessandro Baricco, chissà però quanto voluto, e forse ora che ci penso si tratta più della suggestione legata alla sua trasposizione cinematografica; Andrea Trapani ha sul viso il dolore dei numeri due, di una nevrosi indotta, una vita dal talento rovinata, interpreta con una forza tenace, mi fa capire che la follia di un artista è quella di chi non arriva ad essere tale. Molto interessante è vedere l’azione reiterata, finché la meraviglia della semantica non compie il miracolo di mutare l’azione in altra, un senso in altro, di altra natura e fine.
Nel testo ci sono alcuni momenti di stanchezza, nella parte centrale, e qualche cellula narrativa forse superflua in cui la direzione si va un po’ perdendo e si va facendo liquida la percezione, tuttavia mi trovo di fronte ad un lavoro molto pulito, di grande precisione ed impegno, di forte impatto e rigore nella regia; inoltre trovo una certa sincerità compositiva: non tradiscono il racconto con emozioni troppo facili, ma lasciano la purezza di uno strano sentimento accadere sola, perché non c’è patimento in questa storia, ma un dolore trattato con la leggerezza delle dita che corrono, sottili, lungo i tasti di un pianoforte. Il finale, infine, bellissimo: di spalle prova a tendersi per il volo, ma non ci riesce, le sue ali non sono abbastanza tese, il suo talento, non è abbastanza.
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Dalla tirannia di un involucro poco invitante allo sguardo, la maestosa eleganza di una farfalla sa nascere regalando all’aria la seta delle sue preziose ali, la bellezza di un volo nato dove nessuno avrebbe scommesso, un volo incerto sia per la sua genesi – dalle ceneri di una larva – sia dalle promesse di una esistenza che è precaria, quella delle farfalle, ormai per antonomasia. Ma quel solo giorno di vita, sia pur breve, ha la densità di una nostra vita. Questo sentimento lungo tutto l’arco di Motyl Papillon e il circo della morte, lavoro a moltissime mani seguito da Giordano Amato per le Residenze Multidisciplinari Storie di altri mondi, tutor di un gruppo di giovani artisti provenienti da diversi ambienti ed esperienze, nell’ambito laboratoriale promosso dall’ETI e che prende il nome di Teatri del tempo presente.
Sulle teste dei giovani attori pende per tutto lo spettacolo l’insegna macabra e malaugurante di “circo della morte”, pende sulle loro vite di un palcoscenico precario, pende sulla morte distesa a centro scena, futuribile limite che sta pian piano consegnando a questa sopravvivenza i segnali di una imminente fine. Sulla loro testa una insicurezza, dunque, che ben caratterizza il progetto, cui riconosco la bontà di aver tolto terra sotto i piedi di giovani artisti, perché finalmente si esprimessero con la propria viscerale necessità. Questa visceralità è assai visibile in un testo curato da Carola Benedetto, ma che si avvale del contributo di ognuno: nei loro monologhi e nelle scelte della regia collettiva c’è personalità e convinzione nei propri mezzi, grande inoltre è l’apertura agli altri mondi di ognuno degli artisti, elemento che in scena si caratterizza con un furore forse eccessivo ma pienamente comprensibile.
C’è nel testo grande intensità, elemento che dona agli attori gli strumenti per mostrare il proprio talento; colpisce l’uso della musica che, oltre a svolgere funzione narrativa (e non mera decorazione), li costringe al movimento e all’amplificazione della loro azione scenica; forte l’influenza dell’animazione orrorifica, nonché in alcuni frammenti il ricordo della densità elegante del Teatro delle Ariette.
C’è però qualcosa che non mi convince: quella farfalla, vive un solo giorno, come tale questo spettacolo in scena per una sola ora, la sua breve vita dipende dai giovani artisti che però tendono ad affrettarsi, come voler fare tutto, troppo, e bloccare le emozioni sul nascere, non concedendo loro il tempo per maturare; inoltre non tutto, del testo e della regia, pare giustificato, molte direzioni sbagliate in strade chiuse, che loro sono tuttavia bravi ad aggirare e tornare su una strada nota. Alcuni di questi problemi sono credo legati a una regia collettiva e un po’ affrettata che non lega bene le scene e illanguidisce il senso, moltiplica le direzioni semantiche e si rischia di non capire o distrarsi: coltivo la convinzione che il regista debba dettar legge e restare uomo solo al comando, per garantire a certe potenzialità narrative di non rimanere inesplose.
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C’è sempre una strana seduzione che lega la scena alla platea, gli attori agli spettatori, come un filo che segue le iridi degli occhi, un contatto affilato che va oltre la sensazione: si tratta della complicità all’azione scenica, ad un testo magari, di quelli che rimettono in gioco tutto e tutti, che legano colpevoli e indaganti nella stessa colpevolezza, ecco allora che il pubblico si coinvolge al punto da non riuscire più a capire dove sia, una verità, e se una macchina, che a questa è costruita, sappia davvero distinguere il vero dal falso. Questo concetto sfila sotto questo Voice Stress Analysis, liberamente tratto da Deceiver dei fratelli Pate e portato in scena da Carlo Benso.
L’interno fumoso di una stanza di commissariato, le scrivanie da ufficio di quel colore indefinito tra l’avana e grigio, elettrodi, grafici ed un suono, metodico, assordante, unica discrimine tra il vero e la bugia. Due poliziotti, un indagato di omicidio: questo il corpo che mi trovo di fronte, l’impianto di una scena che promette una struttura cinematografica; penso allora al rischio dietro l’angolo di biascicare dietro il doppiaggio “all’italiana”, i troppi “fuck” che affollano questi testi, ed invece scopro con piacere che, per tutto lo spettacolo, i tre attori tengono brillantemente a bada il cliché, confinandolo ai limiti dell’azione scenica, non finendo mai sopra tono e senza quindi il rischio di strafare per troppa spettacolarizzazione.
La regia incide molto poco con l’impianto luci o la musica che talvolta sottolinea i cambi scena, qualche sottile richiamo rimanda al Glengarry Glenn Ross di David Mamet, senza il critico risvolto al sistema finanziario, ma con una suspense piuttosto serrata, difficile da tenere in pugno per tutti gli ottanta minuti di spettacolo; grande merito del regista è invece la scelta degli attori davvero bravi e funzionali al personaggio: Alessandro Procoli mi sorprende ancora tenendo un segreto celato dietro quei suoi occhi intensi per tutto il tempo, di grande impatto la sua energia e la sua precisione; Giulio Stasi, più volte apprezzato anche alla regia, ricava dal suo repertorio un personaggio inchiodato alla vita, sottomesso ai suoi errori, non però calligrafico, soltanto verso il finale sparisce fisiologicamente e non riesce a sottrarsi ad una espressione innaturale, ma purtroppo è in un momento in cui è difficile, per lui, restare sulla scena e recitare senza incidere, essere lì, e non farlo notare; la vera sorpresa è però Mario Sgueglia, attore giovane “faccia d’angelo” che come tale si carica del ruolo di primo indiziato per un omicidio: Sgueglia non cade mai nella tentazione di un abuso del personaggio e se la cava egregiamente in questo ruolo difficile, pieno di accenti ed insieme schiacciato da uno solo, la tensione disagevole in cui si trova ed essere, sotto quella macchina che vuole decidere la sua sincerità.
Uno spettacolo teso e che conquista, piacerà sicuramente ad un pubblico variegato perché ha un ventaglio esteso di toni e la situazione si evolve ad un ritmo godibile; qualche imperfezione sul finale che avrei sperato più netto, e che invece ha mostrato sbavature in zone fin lì impeccabili. Onore pertanto a Carlo Benso che continua a proporre spettacoli per il pubblico e verso il pubblico, ma senza scendere mai di qualità.
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