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lunedì, 21 settembre 2009

Desdemona e Otello di Roberto Latini

Recensione:

Una mano sul capo. Pensa Latini, a come comincia questo spettacolo, qual è la voce, quali suoni luci silenzi ne fanno il computo finale, poi l’attesa, di ciò che sta per avere inizio; nell’attesa il sostantivo si compone, si fa vivo il pensiero nello spazio che nasce, diventa parola, il sintomo di una azione, così che la forza sprigionata dalla voce rivela l’eccedenza del rumore che la sovrasta. Ecco, come comincia questo Desdemona e Otello, nuovo progetto di Radiovisioni che Fortebraccio Teatro porta in scena con Roberto Latini e la nuova presenza, davvero graziosa, di Elena De Carolis.
 
Desdemona e Otello sono assenti, sembrano le anime dei due personaggi a parlarsi, confrontarsi su quel che è inevitabile, perché il dolore lo è davvero, comunque vadano le cose, e di dolore si compone questo spettacolo, “un dolore qui, ma non è nulla” dice Latini, e non si può credergli perché soffre tutto di lui, finché quel dolore non lo rivolge a sé, lo penetra e se ne serve, il suo pianto è un’arma, il dolore oggetto annienta altri sentimenti e lui stesso annienta quel dolore, soltanto scorrendo, soltanto restando in scena.
 
La grande sensibilità artistica di questo lavoro mi convince anche dove convinzione non è: resto da sempre scettico sulla spinta estetica, o estetizzante, del suo teatro, quella componente edonistica che non lascia aperture a una verità piena, incontrastabile. Questa volta supero con leggerezza e mi stupisco perché questo sostantivo poco si confà a un simile spettacolo, che viceversa tende a caricare il peso di quel dolore sul fardello di chi ascolta; mi stupisce, ma lo accetto, e per complicità, me ne lascio convincere.
 
La presenza, tutta nuova, di una attrice così lieve come Elena De Carolis, giovane dentro e fuori scena, aiuta Latini ad incatenarsi a una lettura senza fori di luce, non si dà requie, si chiude con lei nel buio di una storia di morte annunciata, di un amore tradito dal suo contrario. Desdemona e Otello non sono loro infatti, loro sono una catena che impedisce di capire il verso della maglia, chi sta pronunciando quei versi, così il senso si va sciogliendo, perdendo, per essere daccapo ricostruito.
 
Roberto Latini, dunque. Il panteismo del suo teatro – che risponde alla summa Dio-Tutto – si prende tutto della scena pur muovendosi pochissimo, la sua idea di teatro nasce avvolgendo: il palco, il mixer e la fonica, l’impianto luci, la platea, la struttura, il nero attorno: tutto è lui, e lui, in scena, diventa ogni cosa.

Recensito su teatroteatro
postato da: nebulas alle ore 21:27 | link | commenti
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Dondolo: Teatri di Vita fa Beckett

Recensione:

Una radiosveglia accesa, sotto la sedia di una donna, la piccola luce rossa e l’orario ineluttabile che blocca il tempo, lo sospende nell’atto della percezione, ogni volta che si guarda l’orario in digitale – che si sposta per valori discreti è la definizione – gli occhi sono convinti di vedere l’ora esatta, ma ogni momento è diversa anche se il quadrante non lo segna: l’immutabile si prende il tempo che invece scorre, lo lascia così alla percezione, senza fare sconti, e noi restiamo appesi a quella piccola luce, come un oracolo, come un segreto. Questo sentimento accompagna l’intensa versione che Teatri di Vita, per la regia di Andrea Adriatico, fa di un bellissimo testo di Beckett, che si chiama Dondolo.

Dondola, dondola da ferma Angela Baraldi, dondola la sua voce, dondola quel che sta dicendo, le sue parole, il suo corpo pure statico fa muovere me, la sua nenia, litania dell’anima, mi dice che “alla fine viene il giorno”, ed io le credo, parola dopo parola, sono con lei in questo dondolare lieve, ma straziato, le vedo solo il profilo, qualcuno dall’altro lato la vede di fronte, ma credo il risultato sia lo stesso viso statuario, la stessa mimetica insolubilità emozionale, le stesse lacrime che le corrono sul viso. Adriatico la spoglia di tutto, abiti ed espressione, toni e colori della voce, le lascia ben poco, non più che quella poca luce e braccia e gambe immobili. “Tempo di smetterla”, mi dice chi dondola, ma poi non smette mai, ripete, di continuo, quel che la sua anima le suggerisce, e la ripetitività emerge, dietro la sua intimità.
 
Tema fondamentale è l’attesa, e di Beckett sarebbe un topos, ma non poi tanto qui: una finestra che si fa penetrare dal giorno alla notte, dalla notte al giorno, quieta, ha di fronte altre finestre, solitudini che si affacciano sulle altre, si guardano, si riconoscono nella loro fissità; ma una finestra è anche un accesso, questo sembra voler dire, un passaggio per le vite degli altri. Così accade qualcosa, uno scarto improvviso: il testo si sconvolge, entra in gioco un frammento di scheggia e la radiosveglia che aveva ripetuto la stessa immutabile presenza, lo stesso ripetuto succedersi dei secondi, di colpo salta, come dopo che va via la luce, a lasciare di sé soltanto un simbolico, bellissimo, lampeggiante silenzio che mi dice: 0: 00.
 
In quel momento inizia ad avvicinarsi, dondola verso di me adesso, verso la platea, si muove alla liturgia del dondolo che è la misura di queste parole: nulla cambia, da lontano e da vicino, non colori, né altri suoni, solo uno di un’unica solitudine così cosciente, quieta, perché lo scarto non promuove, nel tempo che si muove, nell’anima di chi lo dice e si commuove, che una nuova, ineluttabile fissità.

Recensito su Teatroteatro
postato da: nebulas alle ore 21:22 | link | commenti
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Genarazione Scenario 2009: sotto il sipario poco, o niente

19/09/2009

Generazione Scenario 2009: sotto il sipario poco, o niente
 

Presentati a Short Theatre i lavori vincitori e le menzioni speciali del premio Scenario 2009, ma lo scenario, qui, è stato davvero desolante. Tra i lavori proposti paradossalmente il vincitore assoluto è uscito tra i fischi e gli ululati della platea che non ha apprezzato.

È stata necessaria una lettura scenica improvvisata fuori dalla sala, sulla ghiaia che circonda i magazzini dell’India, per sapere delle contorte motivazioni che hanno convinto i giurati del Premio Scenario 2009, forse il più rappresentativo trampolino di lancio nazionale per giovani artisti di teatro, a selezionare questi cinque spettacoli che Short Theatre ci ha proposto in anteprima. Ci voleva perché a vedere gli spettacoli, salvo un paio di eccezioni diversamente convincenti, molti sono stati gli interrogativi che accompagnavano me e tanti altri, uscendo nel buio lungofiume trasteverino.

 
Il primo lavoro è Come bestie che cercano bestie, di Imamama, leggo menzione speciale della sezione Ustica per teatro civile, e di civile ci trovo, artisticamente parlando, poco: sembra un lavoro scucito, una modesta proposta per uno spettacolo ancora tutto da fare, una mostra di qualità che si spegne nel proprio limite. Poi qualcosa cambia, Anagoor è un gruppo più solido e il loro lavoro, Tempesta, pure strizzando l’occhio al pubblico e approfittando eccessivamente delle possibilità installative, ha una qualità palpabile e lo spettacolo mi sembra fisicamente teso, vibrante, e dice molto anche nel silenzio indotto di una atmosfera ipnotica. A tua immagine, altra segnalazione speciale, per il gruppo Odemà: questo è un lavoro non pienamente svolto, unisce buone idee, convincenti, a dubbie realizzazioni, povertà di testo a qualche piccola ricchezza drammaturgica: non male, ma non abbastanza, c’è del buono senza dubbio, ma il testo è a grana grossa, alcune stanchezze sono troppo evidenti. Segue il vincitore assoluto: Codice Ivan con Pink, Me and the Roses: bel titolo, penso; poi lo spettacolo mi lascia perplesso: iniziano in playback, poi giocano costantemente sull’inizio, parlano di teatro da dentro la scena, ma non sembra di vedere una reale esigenza, sembra un esercizio di stile che scimmiotta la ricerca, ora si mettono in testa due occhi enormi, ora tirano coriandoli per aria, ma tutto solo per dire: guardami! C’è un problema di fondo qui, politico e artistico: la ricerca reale subisce da questi scimmiottamenti, da questa scarsa qualità, un colpo notevole sia alla validità del percorso artistico, sia alla possibilità di ricevere fondi che, gestiti a foraggiare cose che non sembrano avere futuro, sono ufficialmente dispersi, tanto da far pronunciare a certi politici astiosi certi diktat non del tutto falsi. Per la prima volta da quando vado a teatro, ho assistito ad un applauso finale che tentava di coprire fischi e disprezzamenti chiari e netti. Ultima, forse la migliore per fortuna così non ho rischiato l’insonnia, Marta Cuscunà e il suo È bello vivere liberi!, vincitore della sezione Ustica; lo spettacolo sulla Resistenza ha una dolcezza sua intima che porta in scena con leggerezza e vivacità, piccoli accorgimenti disegnano una mappa drammaturgica interessante, non del tutto svolta, che ha bisogno di crescere e mostrare più coraggio, ma che ha qualità notevoli cui auguro, davvero, un roseo futuro.
 
Ho camminato poi per un po’, sull’argine che costeggia il fiume di Roma; ho riflettuto a lungo su certi giudizi sballati, su pompose critiche senza fondamenta, su critiche finte mutuate da comunicati stampa ben fatti, su mancate prese di posizione su lavori infruttuosi, recensioni che dicono tutto per non dire che lo spettacolo è orrendo, perdendosi a parlare di altro, ho riflettuto e mi sono detto che se davvero vogliamo cambiare l’orrenda politica culturale che affoga le esperienze artistiche, il primo giro di domande bisognerà farlo guardandoci negli occhi e iniziando da noi, un cambiamento davvero risoluto.

postato da: nebulas alle ore 21:19 | link | commenti
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Short, very Short Theatre - Cronache da un festival

14/09/2009

Piano piano, anno dopo anno, un giorno per volta il tiro a segno degli investimenti, sovvenzioni, promozioni culturali prende ora l’uno ora l’altro barattolo, facendoli saltare, ammaccandoli, graffiando la latta e fiaccando, ad ogni sparo, la loro sopravvivenza; Short Theatre, rassegna di teatro contemporaneo da sempre attenta alle giovani realtà ed ai germogli nati in giro per l’Italia, quest’anno si attesta su un programma di tre-giorni-tre, dal 14 al 16 settembre 2009 presso il teatro India, concentrando sforzi e rilievi artistici in una rappresentazione repentina e fuggevole di come è ridotto il teatro in quest’anno 2009.
La direzione artistica di Fabrizio Arcuri, anima de L’accademia degli Artefatti, si rivolge a una presenza mai così viva nel panorama nazionale da quando non c’è più: Nico Garrone, critico intellettuale e uomo di mondo, scomparso la scorsa stagione e ora simbolo di un teatro – anzi di un non-teatro che lui aveva sempre difeso – in via di estinzione. A lui è dedicata l’intera manifestazione.
Il programma, nonostante la rutilante ebbrezza di concentrarsi in tre giorni, è assai ricco e – a quanto pare – valido: segnalazione sarebbe un po’ per tutti, mi piace dare risalto a qualche conferma come Daniele Timpano con Elvira Frosini, Andrea Cosentino e Roberto Latini in doppia apparizione, e insieme nuove realtà; Induma Teatro lavora su Fassbinder, Teatri di Vita con la Baraldi su Beckett, Teatro delle Apparizioni sui libri e gli Artefatti sulla contemporanea di Ravenhill. Attorno una serie di altri eventi di discreto interesse su cui si segnala l’incontro pubblico sulla cultura indipendente, organizzato mercoledì 16 alle ore 18,00 in sostegno del Rialtosantambrogio chiuso durante una latitante estate, e un reading su Petrolio di Pasolini con Emanuela Villagrossi. Inoltre un buono spazio alle novità proposte dal Premio Scenario, che saranno Anagoor, Codice Ivan, Odemà e Marta Cuscunà.
Senza tetto né legge, recita il sottotitolo scelto dalla direzione artistica e ci sembra azzeccato per una situazione al di là di ogni legge umana e culturale, che vieta agli spazi del teatro italiano, romano di avere un tetto e un attestato del loro impagabile lavoro sulla diversità culturale. Il tiro a segno, dunque, attorno alla stagione campale 2009/2010, anno di grazia e di resistenza, apre la sua giostra; speriamo di saper vincere, se non altro, niente più che il nostro piccolo, disgraziato orsacchiotto.

Short Theatre, primo giro di giostra

Nel settembre dei nubifragi improvvisi, sotto una pensilina troppo corta per davvero servire da riparo, ha preso il via questa nuova edizione di Short Theatre. La giostra del teatro indipendente romano ha, come detto, ridotto il periodo di fiera.
Attraverso la ghiaia bianca che scrocchia sotto i piedi, e sono dentro questo Dondolo, da Beckett, portato qui da Teatri di Vita; poco prima sulla porta incontro Max di Fortebraccio, loro andranno in scena con due spettacoli, a seguire, è lì fuori a vedere quando inizia, così potranno cominciare pure loro, nella sala affianco, a spostare, montare, preparare, cercando di non fare troppo rumore. Seguirà il loro Iagocon Roberto Latini da solo in scena, mentre dopo accoglierà sul palco, al suo fianco, Elena De Carolis, per Desdemona e Otello che sono due. Ma a vedere gli spettacoli questa equazione non è così scontata. Ci sarà la danza, Caterina Inesi e Immobile Paziente, il loro studio su Mozart K464, che non si riuscirà quasi a vedere per la grande folla. Poi Andrea Cosentino farà il suo studio dei Primi passi sulla Luna, spettacolo che porterà intero all’Argot a gennaio, mentre ora se ne andrà in scena portando gli ingredienti, non mescolati, della pietanza che sta preparando. In ultimo Daniele Timpano ed Elvira Frosini, per la prima volta insieme sulla scena, a parlare dell’amore che si portano e le sue contraddizioni in Sì l’ammore no.
 
Adesso sono appena uscito da Dondolo, dopo venti minuti di uno spettacolo intenso cammino sulla ghiaia e comincia a piovere di nuovo, così me ne torno sotto gli ombrelloni del bar, mi guardo attorno e vedo che c’è tutta la Roma teatrale: allora siamo vivi! Mi dico: ci siamo, non è vero che stiamo morendo! Vedo facce di persone pronte a ricominciare: l’attore, la regista, il critico, i gestori di teatri che vorrebbero fare i direttori artistici, ma senza soldi possono fare soltanto gli operai, e lavorare all’assemblaggio di spettacoli di cui, a volte, non conoscono che il nome e la firma sul contratto, quello che porta qualche piccola, preziosa entrata. Li guardo tutti, la maggior parte non lavora, il resto lavora due, tre settimane l’anno, qualcuno lavora gratis, così, per passione. Chi ama il teatro, pertanto, ci vada e non si fermi allo spettacolo: ci chiudono gli spazi e noi ci vediamo fuori, parliamo, confrontiamo, mettiamo sul piatto sempre nuove idee. Che mettano i sigilli anche alle strade e alle piazze.

17/09/2009
Piove ancora su Short Theatre. Ma non basta.
Tra pizzette e tramezzini spunta l’amatriciana di casa; ecco che allora la pioggia si fa più lieve a Short Theatre, un bel temporale, la gente che continua ad entrare; uno spettacolo che parla di libri, uno che parla di solitudini, poi due spettacoli che sono due facce della stessa medaglia.

In una resistenza, è chiaro, quando il flagello è liquido, la dote migliore è l’impermeabilità: alla pioggia, al vorticare dell’acqua che non si contenta, alle restrizioni, tentate e presunte, che costringono a fare festival con sempre meno denaro (dati alla mano un festival che era di una settimana ora s’è concentrato in tre giorni per dodicimila euro del Comune, zero del Teatro di Roma che ci ha messo le chiavi di casa, pregiandosi di dire la fatidica frase: fate come se foste a casa vostra: per chi ha coscienza di queste cose praticamente un finanziamento quasi nullo). Per fortuna che questa impermeabilità non funziona con lo scroscio di pubblico che sta raggiungendo la riva Tevere attorno all’Ostiense, per fortuna perché vedermeli qui tutti insieme mi fa avere fiducia, quella che, a stare impelagati senza ombrello in questo ambiente, rischia di finire affogata dalla pioggia.
 
Ho portato un libro, oggi. Perché il Teatro delle Apparizioni di Fabrizio Pallara lo chiede da programma, ci devono fare Pop-Up e deve essere un romanzo. Io ho portato Memoriale di Volponi, uno dei più bei romanzi del ‘900; qualcun altro ha portato Salinger, e va quasi bene, ma Birre Sonnambule ha qualcosa in più. Dondolo c’è anche oggi, lo rivedrei volentieri ma lascio ad altri provare questa esperienza. Causa pioggia, il programma ha subito notevoli variazioni: l’Accademia degli Artefatti porta qui Ravenhill, autore di questo Birth of nation, testo assai incisivo ma spettacolo fiacco. Werner Waas con questo Viva l’anarchia!, da Fassbinder, dopo lo stomaco, mi nutre anche la mente.
 
Sotto la pioggia, poco in là, Emanuela Villagrossi e i Motus sotto mentite spoglie leggono Pasolini, Petrolio con precisione, mentre attorno si scatena il delirio pluviale. Mi blocco in un angolo, mi guardo tutto insieme, la voce penetra la sera, Lucia se ne va, di spalle, piove su di lei una voce che la saluta, attraverserà in bicicletta un paio di quartieri, forse domani avrà la febbre, tutto questo, soltanto per essere qui.

postato da: nebulas alle ore 21:17 | link | commenti
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mercoledì, 22 luglio 2009

Esperia, negli interstizi dell'usuale

Come un abile donna delle pulizie sa vedere e scovare annidamenti di polvere, impossibili all’occhio meno accorto, simile è la qualità di un scrittore, che compie una sorta di diagnosi pre-chirurgica, che svela con inesorabile esattezza dove e come intervenire. Questo il sentimento che mi coglie leggendo con estremo gusto questo piccolo libro cui Graziano Graziani, che è scrittore, ha voluto dare nome “Esperia”, cercando negli angoli della vita, non solo materia narrabile, ma forse il senso di quello che c’è attorno.

 

Graziani mostra, in questo percorso nei meandri del pianeta terrestre di Esperia, uno straordinario e riuscito desiderio di riformulare, creare nuovamente sul già creato, e non come mero esercizio di stile si badi, ma come voler dare nome all’innominabile, sviluppare un singolare appetito per ciò che, di contro, ci ha ormai annoiato il palato. Suo merito è dar vita a un universo che mi riporta a una velocità più sobria, umana, che si riprende il tempo dalla fretta dissipato in una sorta di vorticosa dipendenza. Di un certo rilievo anche un modo di trattare emarginazione e diversità, soprattutto nella seconda parte in cui più si lascia andare alla narrazione, riscattando di queste parole la qualità nobile, che le rende sinonimi di esclusività, di una bellezza di pochi ad altrettanti mostrabile.

 

C’è in questo libro un acume affilatissimo nel disvelamento, minore invece l’impatto della resa stilistica e contenutistica, come fosse una sua vergogna al narrare, una inibizione coatta (tranne appunto nella seconda parte), perché credo invece ne abbia le forze e le qualità; non mi piace trovarmi di fronte di continuo a parole che mi aspetto pronunciate in quel contesto, come fossero locuzioni surgelate, a servire per il momento opportuno, quando niente di fresco è stato trovato: è questo quel limite stilistico, non solo formale ma ontologico, là dove la forma palesa un contenuto, ma tuttavia siamo ancora nel pre-letterario troppo-letterario, quasi fisiologico per un esordio, che Graziani mi auguro tradisca a futuri risultati. Assai evidente, ai limiti dell’ossessivo, la spersonalizzazione dei luoghi, la perdita di segnali noti sottomessi alla violenza di nuovi e ignoti simboli; tutto è orchestrato con estrema efficacia e fascino, mi piacerebbe però gli spunti avessero vita più lunga, vorrei affezionarmi a personaggi di cui sento una certa estendibilità.

 

Esperia è stato detto appartenere alla sfera del fantastico, contrariamente e in accordo con il suo autore che ne difende invece altra matrice, mi pare trattarsi di un esempio di iper-realismo, per il semplice fatto che c’è un obiettivo ben definito, e che è reale al di sopra del reale – di qui la definizione. Ne è un esempio l’importanza cardinale della dimensione magica, onirica, che non tradisce il reale ma appunto lo completa: non è un gioco di gusto che scompone e ricompone solo per farlo, ma c’è il fine di svelare della realtà quella parte nascosta che sfugge costantemente all’occhio umano, così da accrescerne il peso, fino a raggiungere la completezza di senso.

Simone Nebbia

postato da: nebulas alle ore 23:04 | link | commenti
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mercoledì, 03 giugno 2009

Lettera al padre di Kafka/Linari

Recensione

lettera al padre 1Soltanto nella luce è la percezione dell’ombra. Se in quest’abbaglio d’illuminazione sappiamo guardare bene, superare la frizione delle ciglia, l’acredine forzata che colpisce gli occhi, è l’ombra che ci svela la potenza della luce, come vuole la coesistenza di opposti. Nella luce di questo spettacolo si svela un gioco di ombre cinesi: una mano grande ne sovrasta una più piccola, quando il giovane narratore si accorge delle ombre corre per afferrare quella mano grande, ma inevitabilmente, fallisce. In questa immagine è condensato uno spettacolo bellissimo tratto dalla Lettera al padre, scritta da Franz Kafka al padre Herrmann e da questi, appunto, mai ricevuta, giunta però fino a noi per mano, voce, passione di Gabriele Linari.

Tutto comincia da un corpo nudo, come quello di una larva, tale un giovane che vive lontano dal cono di luce, perché nel buio inizia lo spettacolo, una nudità casta e minuta, come dire insieme “guardami” e “non guardarmi”, io guardo il corpo di Linari guizzare da una parte all’altra del palco come fosse “lo scarafaggio” kafkiano e capisco che solo da un corpo nudo può iniziare una metamorfosi, condizione nota allo scrittore praghese, e che già in questa lettera appare fondamentale, perché mutare è cambiare, questo chiede il giovane a suo padre, il mutamento/crescita, l’evoluzione attraverso la propria giovinezza e la possibilità di giungere all’età adulta che egli già vive, sembra chiedere il giovane al padre: come si fa a diventare grandi? E come posso io se già ci sei tu?lettera al padre 2

La scena è povera, essenziale, qualcosa sembra fuori posto, mal sistemato, oppure sembra oggetto obsoleto, invece poi con il passare del tempo ogni cosa mi accorgo essere al posto giusto, funzionale all’azione che assieme all’attore deve svolgere, perché questa è la questione: l’oggetto ha senso quando accresce o toglie all’azione, quando cioè ha valore semantico di per sé, quando interviene sulla pièce. La musica di Jontom è un sottile contrappunto, stupisce il gioco complementare che lega un linguaggio così letterario e lontano nel tempo a questa musica invece moderna, evocativa, densa di atmosfera. Il ritmo, infine, discretamente battente, come anche efficace la sequenza emozionale. Soltanto un appunto: il finale non rende giustizia alla grande intensità raggiunta.

C’è nel testo una sottile morbosità, una complicità più alta tra l’attore/regista e lo scrittore evocato, segno di una passione che ha debordato i confini di un tema e di un personaggio, divenendo lui stesso quel giovane dal cui disturbo vuole emergere. Una immagine, particolarmente colpisce: l’inizio del racconto si lega al lavaggio del corpo, l’acqua che scende come finalmente quelle parole prima taciute come fossero, entrambe, purificazione. Verso la fine, poco prima, l’attore scende in platea, l’intensità cresce ancora, è qui che tutto rischiara, quando il buio torna ad avvolgere questo racconto, l’ombra torna ad invidiare la luce.

Curiosità: Questo spettacolo ha cinque anni, ha girato molti del circuiti Off della città e, mi chiedo, possibile che nessuno si sia preso il rischio di promuovere la qualità del suo attore/regista? Cosa deve fare un giovane regista per farlo vedere? Promuoverlo in una rassegna per giovani talenti quando non è più giovane nemmeno lo spettacolo? Si rifletta, su questo. E mi si dica fino a che età, un artista, è costretto ad essere giovane ed emergente.

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postato da: nebulas alle ore 13:02 | link | commenti
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lunedì, 25 maggio 2009

Fino all'omicidio di Gogmagog

Recensione al Valle maggio 2009

C’è uno strano sentimento attorno alla lettura di un libro come Lo straniero, capolavoro di Albert Camus, come un avvolgente senso di nulla che si prende le parole trasformandole in silenzio, un tono sotto i dialoghi, una sottile venatura come un suono flebile ma continuo, un rumore lungo l’arco dei pensieri da lettore, rumore minuto, lieve, ma tanto basta ad avvertire, del silenzio, l’assordante frastuono. Questa sensazione fa il paio con un’altra: sudore, dietro la testa, quasi da svenire, e un fiotto d’aria fredda, magari artificiale, gettata sul collo con violenza. Entrambe queste sensazioni sono alla base del progetto di riduzione tentato da Gogmagog, in questo Fino all’omicidio.

Bianco il corpo disteso nel bianco di questa percezione, bianco il viso coperto, bianchi i pensieri che vi scorrono dietro: uno schermo protegge il viso e i sentimenti. Questo buon inizio, prima scena, non è tuttavia supportato da una evoluzione concreta: il resto dello spettacolo langue nella povertà di elementi incongrui al testo, nella mancanza di una idea drammaturgica davvero valida e tangibile; Camus indagava l’affettazione dei rapporti, il carattere posticcio di certe emozioni, la falsità vestita di buon senso, tutto questo manca allo spettacolo perché non hanno il coraggio di osare, giocare con gli elementi che il testo offriva, ma si sono fermati alla più disadorna rappresentazione.

Un momento su tutti per dare carattere a quel che dico: alla morte della madre, non è il personaggio di Meursault che avrebbe corso dietro la bara insieme agli altri, se mai sua giustezza sarebbe stato rimanere fermo alla inutile corsa altrui, invece questo Meursault corre e tradisce così il personaggio e il testo da cui la ricerca è partita. Il merito in qualche modo è di averlo fatto, di essere entrati in un testo difficile e sperimentare magari anche un fallimento, ma con la prova di aver tentato, però non credo sia questo cui una compagnia di professionisti validi deve puntare, bensì all’onestà che invece la rappresentazione inevitabilmente supera e sconvolge.

Uno dei maggiori problemi credo sia nel ritmo, le scene sono troppo spoglie per davvero dare questo senso di movimento, provano una successione rapidissima ma non riesce il tentativo. Quel che manca è – per non dire della reale necessità testuale di cui non è giusto discutere – quel tocco di genialità che avrebbe forse saputo suscitare l’emozione fredda e insieme torrida di un simile testo, l’inerzia del corpo di fronte al movimento della realtà, quella compressione pre-esplosiva dell’in-patetico, glaciale e torrido Meursault.

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postato da: nebulas alle ore 14:19 | link | commenti
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giovedì, 21 maggio 2009

Fragile Show di Biancofango a TDV

Recensione

BIANCOFANGO_Fragile show_4Scende piano piano, il buio in una stanza semivuota, scende perché si possa avvertire un ritmo, un’energia cominciata chissà dove, un tocco lieve e insieme vigoroso che permette ad una melodia di estendersi lungo l’arco sonoro della percezione, una sofferenza soffocata, un dolore soccombente a un talento inesploso, l’ombra, che guarda attorno a sé la luce irradiare fin dove lei ha fine, fin dove decide di spingersi, oltre, sarà buio. Ma solo nel buio, nel silenzio corposo di una finitudine solo scomposta da quel ritmo, che va alzando di tono, solo nel buio, una storia così, può permettersi di cominciare. Questo sentimento, di ombra opposta a luce, soggiace a questo Fragile Show, lavoro della compagnia Biancofango che omaggia lo strepitoso Il soccombente, di Thomas Bernhard.

La storia è quella dell’ombra, il fragile talento di un pianista, che narra la sua dipendenza dalla luce, il suo rifuggire ad essere come quella luce, quando la luce è l’amico e l’amico è un genio come Glenn Gould, il più grande pianista del secolo appena trascorso; sotto il ritmo, che i piedi battono sul palco come il pedale di un pianoforte, l’energia soffocata del pianista il cui talento non è come quello del genio, che rimarrà sempre un passo indietro. Vestito di bianco, come fosse un bianco pianoforte a coda, il pianista sembra sul punto di esplodere, e lo fa davvero con tutte le vibrazioni di una partitura cui c’è sempre da aggiungere qualche tocco, qualche semitono non previsto.BIANCOFANGO_Fragile show_2

Da qualche parte nel testo, scritto a quattro mani da Andrea Trapani, anche attore solo in scena, e Francesca Macrì, che ne cura la regia attenta e paziente, mi sembra di scorgere un richiamo forte al racconto teatrale di Novecento, di Alessandro Baricco, chissà però quanto voluto, e forse ora che ci penso si tratta più della suggestione legata alla sua trasposizione cinematografica; Andrea Trapani ha sul viso il dolore dei numeri due, di una nevrosi indotta, una vita dal talento rovinata, interpreta con una forza tenace, mi fa capire che la follia di un artista è quella di chi non arriva ad essere tale. Molto interessante è vedere l’azione reiterata, finché la meraviglia della semantica non compie il miracolo di mutare l’azione in altra, un senso in altro, di altra natura e fine.

Nel testo ci sono alcuni momenti di stanchezza, nella parte centrale, e qualche cellula narrativa forse superflua in cui la direzione si va un po’ perdendo e si va facendo liquida la percezione, tuttavia mi trovo di fronte ad un lavoro molto pulito, di grande precisione ed impegno, di forte impatto e rigore nella regia; inoltre trovo una certa sincerità compositiva: non tradiscono il racconto con emozioni troppo facili, ma lasciano la purezza di uno strano sentimento accadere sola, perché non c’è patimento in questa storia, ma un dolore trattato con la leggerezza delle dita che corrono, sottili, lungo i tasti di un pianoforte. Il finale, infine, bellissimo: di spalle prova a tendersi per il volo, ma non ci riesce, le sue ali non sono abbastanza tese, il suo talento, non è abbastanza.

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postato da: nebulas alle ore 15:05 | link | commenti
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martedì, 19 maggio 2009

Motyl Papillon e il circo della morte

Recensione

moylDalla tirannia di un involucro poco invitante allo sguardo, la maestosa eleganza di una farfalla sa nascere regalando all’aria la seta delle sue preziose ali, la bellezza di un volo nato dove nessuno avrebbe scommesso, un volo incerto sia per la sua genesi – dalle ceneri di una larva – sia dalle promesse di una esistenza che è precaria, quella delle farfalle, ormai per antonomasia. Ma quel solo giorno di vita, sia pur breve, ha la densità di una nostra vita. Questo sentimento lungo tutto l’arco di Motyl Papillon e il circo della morte, lavoro a moltissime mani seguito da Giordano Amato per le Residenze Multidisciplinari Storie di altri mondi, tutor di un gruppo di giovani artisti provenienti da diversi ambienti ed esperienze, nell’ambito laboratoriale promosso dall’ETI e che prende il nome di Teatri del tempo presente.

Sulle teste dei giovani attori pende per tutto lo spettacolo l’insegna macabra e malaugurante di “circo della morte”, pende sulle loro vite di un palcoscenico precario, pende sulla morte distesa a centro scena, futuribile limite che sta pian piano consegnando a questa sopravvivenza i segnali di una imminente fine. Sulla loro testa una insicurezza, dunque, che ben caratterizza il progetto, cui riconosco la bontà di aver tolto terra sotto i piedi di giovani artisti, perché finalmente si esprimessero con la propria viscerale necessità. Questa visceralità è assai visibile in un testo curato da Carola Benedetto, ma che si avvale del contributo di ognuno: nei loro monologhi e nelle scelte della regia collettiva c’è personalità e convinzione nei propri mezzi, grande inoltre è l’apertura agli altri mondi di ognuno degli artisti, elemento che in scena si caratterizza con un furore forse eccessivo ma pienamente comprensibile.

C’è nel testo grande intensità, elemento che dona agli attori gli strumenti per mostrare il proprio talento; colpisce l’uso della musica che, oltre a svolgere funzione narrativa (e non mera decorazione), li costringe al movimento e all’amplificazione della loro azione scenica; forte l’influenza dell’animazione orrorifica, nonché in alcuni frammenti il ricordo della densità elegante del Teatro delle Ariette.

C’è però qualcosa che non mi convince: quella farfalla, vive un solo giorno, come tale questo spettacolo in scena per una sola ora, la sua breve vita dipende dai giovani artisti che però tendono ad affrettarsi, come voler fare tutto, troppo, e bloccare le emozioni sul nascere, non concedendo loro il tempo per maturare; inoltre non tutto, del testo e della regia, pare giustificato, molte direzioni sbagliate in strade chiuse, che loro sono tuttavia bravi ad aggirare e tornare su una strada nota. Alcuni di questi problemi sono credo legati a una regia collettiva e un po’ affrettata che non lega bene le scene e illanguidisce il senso, moltiplica le direzioni semantiche e si rischia di non capire o distrarsi: coltivo la convinzione che il regista debba dettar legge e restare uomo solo al comando, per garantire a certe potenzialità narrative di non rimanere inesplose.

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mercoledì, 13 maggio 2009

VSA - Voice Stress Analysis all'Argot Studio

Recensione

C’è sempre una strana seduzione che lega la scena alla platea, gli attori agli spettatori, come un filo che segue le iridi degli occhi, un contatto affilato che va oltre la sensazione: si tratta della complicità all’azione scenica, ad un testo magari, di quelli che rimettono in gioco tutto e tutti, che legano colpevoli e indaganti nella stessa colpevolezza, ecco allora che il pubblico si coinvolge al punto da non riuscire più a capire dove sia, una verità, e se una macchina, che a questa è costruita, sappia davvero distinguere il vero dal falso. Questo concetto sfila sotto questo Voice Stress Analysis, liberamente tratto da Deceiver dei fratelli Pate e portato in scena da Carlo Benso.

L’interno fumoso di una stanza di commissariato, le scrivanie da ufficio di quel colore indefinito tra l’avana e grigio, elettrodi, grafici ed un suono, metodico, assordante, unica discrimine tra il vero e la bugia. Due poliziotti, un indagato di omicidio: questo il corpo che mi trovo di fronte, l’impianto di una scena che promette una struttura cinematografica; penso allora al rischio dietro l’angolo di biascicare dietro il doppiaggio “all’italiana”, i troppi “fuck” che affollano questi testi, ed invece scopro con piacere che, per tutto lo spettacolo, i tre attori tengono brillantemente a bada il cliché, confinandolo ai limiti dell’azione scenica, non finendo mai sopra tono e senza quindi il rischio di strafare per troppa spettacolarizzazione.

La regia incide molto poco con l’impianto luci o la musica che talvolta sottolinea i cambi scena, qualche sottile richiamo rimanda al Glengarry Glenn Ross di David Mamet, senza il critico risvolto al sistema finanziario, ma con una suspense piuttosto serrata, difficile da tenere in pugno per tutti gli ottanta minuti di spettacolo; grande merito del regista è invece la scelta degli attori davvero bravi e funzionali al personaggio: Alessandro Procoli mi sorprende ancora tenendo un segreto celato dietro quei suoi occhi intensi per tutto il tempo, di grande impatto la sua energia e la sua precisione; Giulio Stasi, più volte apprezzato anche alla regia, ricava dal suo repertorio un personaggio inchiodato alla vita, sottomesso ai suoi errori, non però calligrafico, soltanto verso il finale sparisce fisiologicamente e non riesce a sottrarsi ad una espressione innaturale, ma purtroppo è in un momento in cui è difficile, per lui, restare sulla scena e recitare senza incidere, essere lì, e non farlo notare; la vera sorpresa è però Mario Sgueglia, attore giovane “faccia d’angelo” che come tale si carica del ruolo di primo indiziato per un omicidio: Sgueglia non cade mai nella tentazione di un abuso del personaggio e se la cava egregiamente in questo ruolo difficile, pieno di accenti ed insieme schiacciato da uno solo, la tensione disagevole in cui si trova ed essere, sotto quella macchina che vuole decidere la sua sincerità.

Uno spettacolo teso e che conquista, piacerà sicuramente ad un pubblico variegato perché ha un ventaglio esteso di toni e la situazione si evolve ad un ritmo godibile; qualche imperfezione sul finale che avrei sperato più netto, e che invece ha mostrato sbavature in zone fin lì impeccabili. Onore pertanto a Carlo Benso che continua a proporre spettacoli per il pubblico e verso il pubblico, ma senza scendere mai di qualità.

Pubblicato su teatroteatro

postato da: nebulas alle ore 17:03 | link | commenti (1)
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